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"L'ho provata, non mi è servita a niente"

Se il tuo giudizio si è formato più di un anno fa, stai giudicando uno strumento che non esiste più

Un giudizio giusto su una cosa che non c'è più

Chi ha provato un assistente conversazionale un paio d'anni fa e l'ha trovato inutile aveva ragione, per il suo caso. Rispondeva in un italiano legnoso, inventava spesso, non leggeva i documenti, non ricordava niente e non sapeva cercare. Il punto è che quel giudizio si riferisce a uno strumento che non esiste più, e nel frattempo è rimasto attaccato alla parola. È la stessa cosa che è successa a chi ha provato internet nel 1997 con il modem.

Le quattro cose che sono cambiate

Legge i tuoi documenti. Carichi un PDF, un foglio di calcolo o una foto e ci lavora sopra, invece di parlare in astratto
Cerca sul web e cita le fonti. Non è più chiusa dentro quello che sapeva al momento dell'addestramento
Si ricorda di te tra una conversazione e l'altra, e puoi darle istruzioni fisse valide sempre
L'italiano è diventato buono. Non traduce più dall'inglese nella testa, e la differenza si sente al primo paragrafo

I tre motivi per cui la prima prova va male

Primo: si prova con una domanda di cui si conosce già la risposta, per metterla alla prova. È un test giusto per capire se inventa, ma non fa vedere a cosa serve. Secondo: si scrive una riga sola, e una riga sola produce una risposta media. Terzo: si prova su qualcosa che non ci interessa davvero, quindi il risultato non lo si usa e non si torna il giorno dopo. Tre prove così portano tutte alla stessa conclusione sbagliata.

Come rifare la prova, bene

Prendi una cosa vera che devi fare questa settimana e che ti pesa, non una domanda di cultura generale: un compito con una scadenza. Dai più contesto di quanto faresti di solito, poi non accettare la prima risposta: dille cosa non va e fattela rifare due volte. Se dopo questo giro non ti è servita, il tuo giudizio è fondato e puoi archiviare la faccenda con serenità.

Copia questo prompt
Voglio rifare la prova con te, fatta bene, su una cosa vera.
Chi sono: [lavoro, settore, come parli e scrivi di solito]
Cosa devo ottenere: [il compito preciso, con la scadenza]
Per chi: [chi legge o riceve il risultato]
Cosa non voglio: [tono, lunghezza massima, parole che non sopporti]
Come scrivo io: [incolla due o tre righe scritte da te]
Materiale di partenza: [incolla il testo, gli appunti o i dati che hai]
Fammi una proposta sola, poi fermati: te la farò rifare almeno due volte dicendoti cosa non va.

Cosa non è cambiato

Continua a inventare quando non sa, soprattutto su numeri, date e citazioni. Continua a darti ragione più di quanto dovrebbe. Non conosce il contesto della tua vita se non glielo racconti, e non ha giudizio sulle cose che contano. Chi ti racconta che questi problemi sono risolti ti sta vendendo qualcosa: sono ridotti, non spariti, e il controllo resta un pezzo del lavoro.

Il modo giusto di restare scettici

Lo scetticismo utile non è "non serve", è "fammi vedere su una cosa mia". Il primo ti tiene fuori dalla stanza, il secondo ti fa entrare mantenendo la testa. Provala per due settimane su un compito solo e misura il tempo prima e dopo: decidi con un numero invece che con un'impressione. Se la risposta resta no, sarà un no informato, che è comunque un'ottima posizione da avere.

Prompt per decidere con un numero
Voglio decidere con un numero se l'AI mi serve, invece che con un'impressione.
Il compito su cui la provo per due settimane è: [uno solo, quello che ti pesa e che torna ogni settimana]
Quanto ci metto oggi senza aiuto: [minuti, misurati o stimati onestamente]
Com'è fatto un risultato buono per me: [due righe, altrimenti non sappiamo cosa stiamo misurando]
Preparami una tabella da riempire per dieci prove: data, minuti impiegati, quante riscritture sono servite, se il risultato l'ho usato davvero oppure l'ho buttato.
Dimmi quale differenza dovrei vedere alla fine perché valga la pena continuare, e quale risultato invece è un no ragionevole.
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